È una tradizione molto antica, anche se la ricorrenza varia da regione a regione. Radicata principalmente nel nord Italia, viene chiamata Briolo, Pan e Vin, Brusa la Vécia in Veneto; i Carnevài in Trentino; Sega la Vecchia in Toscana, tanto per fare qualche esempio. Anticamente nel Veneto ricorreva a metà marzo come “Festum Annae Perennae” o come “Mamuralia”. Erano antiche feste romane che festeggiavano il rinnovarsi dell’anno. Dopo gli anni bui delle invasioni barbariche (V-VII secolo) molto si perse della cultura romana e quindi l’abitudine di festeggiare l’anno lo stesso giorno. Molto praticamente, le popolazioni del nord Italia iniziarono a festeggiare il nuovo anno con il ritorno della primavera e la ripresa dei lavori nei campi. Nei Regno Bizantino del sud Italia, invece, veniva festeggiato il 1° di settembre. “Brusa la Vécia”, quindi, divenne un rito di passaggio dall’inverno alla buona stagione da festeggiare tra gennaio e marzo. Ma così facendo andava spesso a cadere in tempo di Quaresima e la Chiesa non vedeva di buon occhio un momento di festa durante quel periodo di astinenza e di mortificazione. Non riuscendo a sradicare la consuetudine, cercò di farla passare come un processo alle orge gastronomiche del Carnevale e, perciò, un’esaltazione della penitenza ricordando nel frattempo all’uomo che doveva ritornare polvere, come quella che rimaneva dopo il rogo. Al di là di queste considerazioni, è più logico pensare che, anche se inconsciamente, con questo falò si festeggia la morte dell’anno vecchio e quindi la morte della vecchia Natura nell’attesa che rinasca la giovane Natura. È anche simbolo di rinascita spirituale per chi sa levarsi di dosso la vecchia pelle e rinnovarsi.
Non dimenticatevi il brulè.

















